Bizzarrie e stravaganze linguistiche contemporanee

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Chi non ha mai sbagliato una consecutio temporum? Chi non ha avuto un dubbio su come si scriva correttamente una parola? Penso che a ognuno di noi sia capitato almeno una volta nella vita. Partendo da queste domande, vorrei condividere con voi una notizia apparsa qualche tempo fa su un quotidiano nazionale che mi ha molto incuriosita. In una regione italiana del nordest, al concorso per la scuola dell’infanzia, tre candidati su quattro non sono stati ammessi all’orale a causa degli errori ortografici negli scritti.

D’impulso, mi sono chiesta: com’è possibile? Se anche le future maestre e i futuri maestri mostrano un italiano sciatto, vuol dire che siamo di fronte a un problema piuttosto grave! Poi ho riflettuto e mi sono detta: ma non sono solo i/le docenti a dimenticare i congiuntivi e le doppie. Anche i conduttori e le conduttrici della radiotelevisione spesso sfornano pezzi d’italiano trascurato con una sintassi rivista (e non corretta). Lo stesso dicasi per i/le parlamentari che usano accenti sbagliati e abusano di “piuttosto che” come disgiuntivo per alzare il tono del discorso. E così potrei dire per ogni categoria lavorativa. Insomma, ognuno di noi potrebbe aggiungere un elenco personale di incidenti grammaticali sentiti sul posto di lavoro, al bar, in palestra, o sulle piattaforme social.

Ma la cosa che vorrei capire insieme a voi è perché gli italiani e le italiane hanno dimenticato le “acca”, la concordanza tra soggetto e verbo, gli accenti, e affini. Forse si legge poco? Il rapporto ISTAT 2019 sulla lettura mostra che solo un 15,6% si annovera tra i “lettori forti” (con almeno 12 libri letti nell’ultimo anno), mentre i cosiddetti “lettori deboli”, quelli con poco più di tre libri letti nei 12 mesi, sono circa il 43,3%. Oppure si digita troppo? Alcuni esperti dicono che l’uso della tastiera abbia fatto perdere agli italiani e alle italiane il controllo sintattico-grammaticale di ciò che scrivono.

Senz’altro esistono indicatori più fedeli per misurare una buona conoscenza di una lingua, ma credo che saper scrivere con correttezza sia la base per comunicare in una lingua reale e non in una di plastica, che non rispetta né regole né buon senso. Personalmente, oltre che per la morte del congiuntivo e per l’uso sconclusionato delle “acca” o delle doppie che saltano come tappi, sono preoccupata per il diffondersi, non solo (ma soprattutto) nel web, di una lingua fatta di luoghi comuni, volgarità, frasi fatte, e itanglese usato a sproposito. Il linguaggio è il primo biglietto da visita di una persona: nelle interviste, nei colloqui di lavoro, nei post che freneticamente si pubblicano sui social ognuno dà una rappresentazione di sé stesso. Lo strafalcione, la costruzione sintattica zoppicante, la parola usata a sproposito rivelano immediatamente scarsa consapevolezza linguistica, approssimazione, e perfino poco rispetto nei confronti dell’interlocutore. Da umile artigiana delle parole e senza pedanteria, un consiglio che mi sento di dare è di rileggere sempre quello che si scrive e che si pubblica (non fidatevi mai del correttore automatico!). In questo modo si eviteranno quegli errori (ahimè) oggi molto comuni, come: “davanti la casa” invece di “davanti alla casa”; o “malgrado che”, “a condizione che” prive di congiuntivo; oppure l’attualissimo, ma scorretto, “autoreferenzialismo” al posto della forma corretta e accreditata “autoreferenzialità”, solo per fare alcuni esempi significativi.

L’elenco è lungo e potrebbe continuare, ma preferisco terminare, aggiungendo solo un’ultima considerazione. L’italiano è una lingua insidiosa, piena di trabocchetti (anche per gli italofoni saccenti e tuttologi), meglio non avventurarsi al galoppo, quando non si è in grado di tenere ben salde le redini della morfologia e della sintassi italiane, si potrebbe cadere rovinosamente da un costrutto imbizzarrito!

A tutti e a tutte auguro una serena giornata con un buon caffè… corretto!

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