La necessità della memoria

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Care amiche e cari amici, pur cadendo in tempo di pandemia, la Giornata della Memoria 2021 impone di riportare l’attenzione di tutti – soprattutto dei ragazzi e delle ragazze – a quanto accaduto nei campi di concentramento nazisti, e di riaffermare l’estrema importanza di ricordare i milioni di vittime innocenti della Shoah.

Per questo 27 gennaio 2021 molte sono le commemorazioni, celebrazioni o iniziative messe in campo “a distanza”, perché il ricordo non si ferma nemmeno con il Covid. Eppure mai come quest’anno ho la percezione che questa giornata vada custodita e celebrata con cura, perché con il passare degli anni e con l’esaurirsi delle testimonianze dirette diventa sempre più rilevante commemorare la Giornata della Memoria. Una giornata fortemente simbolica, una data da portare impressa nel cuore, di cui vorrei ribadire l’importanza perché, come diceva Anne Frank, “quel che è accaduto non può essere cancellato, ma si può impedire che accada di nuovo”.

Vorrei, però, evitare qualunque deriva celebrativa e dichiarare apertamente che bisogna ricordare il passato perché dobbiamo salvare l’essere umano nella sua inviolabile integrità nel presente. La memoria serve per il presente e il futuro. La memoria è un progetto per edificare la società che vogliamo, se smettessimo di esercitare la memoria ci ritroveremmo a subire la società che altri vogliono per noi. Dobbiamo impegnarci a usare questo giorno per riflettere sulla violenza che ancora ci circonda, perché ci sono a tutt’oggi molte persone che continuano a chiudere gli occhi di fronte alla banalità del male.

Lo scrittore Amir Gutfreund ha scritto nel suo libro Our Holocaust (2001) che la Shoah è presente in ciascuno di noi, in chi ha subito, in chi ha permesso che gli altri subissero, in chi ha taciuto, in chi continua a farlo. La Storia non appartiene solo a chi ci muore dentro, ma appartiene a tutti noi. Ed è per alimentare la conoscenza della Storia che dobbiamo usare la memoria. Ben venga, dunque, l’occasione del 27 gennaio, se può servire a diffondere la coscienza di quanto è accaduto e, per esempio, sfatare l’idea che le leggi razziali italiane firmate da re Vittorio Emanuele III siano state uno spiacevole incidente.

Ecco perché la memoria è necessaria. Nessuna civiltà intesa come sistema di idee scientifiche e artistiche, miti, religioni, valori e abitudini quotidiane può sussistere e sopravvivere senza una memoria collettiva. Le società hanno sempre fatto affidamento sulla memoria per preservare la loro identità, a partire da quelle più arcaiche in cui l’anziano, seduto attorno al fuoco, raccontava le storie sul mito fondatore della sua tribù. E oggi più che mai bisogna vigilare e preservare la memoria, perché se un qualche atto di censura spazzasse via una parte della memoria di una società, questa società attraverserebbe una profonda crisi di identità e non solo.

Questa giornata, dunque, non è solo una celebrazione ma un’occasione privilegiata di esercizio della memoria. Non è solo ricordare i tragici fatti accaduti durante la Seconda guerra mondiale, ma è il lavorarci sopra. La memoria non è soltanto la ripetizione delle domande di ieri. La memoria è soprattutto il proporre delle domande nuove.

Eppure, ho come l’impressione che le iniziative messe in campo da scuole e istituzioni per il 27 gennaio 2021 siano costruite per suscitare solo un coinvolgimento emotivo, più che innescare un approccio analitico. Qualcuno potrebbe obiettare che per attivare un qualsiasi processo di conoscenza spesso c’è bisogno di una molla (che può essere anche emotiva); di uno scatto che faccia leva su domande che ci portiamo dentro e precedono la scienza. È vero, sono d’accordo. Solo attraverso una spinta interiore abbiamo la speranza di trasformare il sapere in vita; di dare ai giovani degli strumenti che siano utili, se non ad agire, almeno a orientarsi nel presente; di fare dello studio del passato un magisterium vitae, un insegnamento, una direzione esistenziale.

Vorrei concludere queste mie riflessioni con le illuminanti parole di Primo Levi, che ci esorta non a “ricordare”, ma a “meditare”. Meditare per rivolgere uno sguardo sollecito e attento sulla vicenda della persecuzione antiebraica e sulle terribili conseguenze di ogni intolleranza; meditare per rielaborare questa memoria, assumendola nei propri codici etici e culturali, affinché la consapevolezza del passato ci aiuti ad agire nel nostro presente.

Con questo vi saluto e vi auguro un buon caffè per non dimenticare!

 

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