Giuseppe Ungaretti del Prof. Giuseppe Perricone

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Giuseppe Ungaretti è sicuramente tra i poeti del primo Novecento che hanno contribuito a rinnovare e a modernizzare il linguaggio poetico italiano. Insieme ad Ardengo Soffici, Camillo Sbarbaro, e prima di loro, Gian Piero Lucini, e poi lo stesso Eugenio Montale, Giuseppe Ungaretti soprattutto con la pubblicazione delle poesie de l’Allegria, ha lasciato un segno inequivocabile nel panorama espressivo della poesia moderna italiana e non solo. Formatosi in ambiente nordafricano, nato ad Alessandria d’Egitto da genitori lucchesi trasferitisi in quella città perché il padre lavorava ai cantieri per la costruzione del canale di Suez, restò poi orfano di padre nel 1889, solo un anno dopo la sua nascita nel 1888. Sua madre si occupò poi della gestione economica della famiglia conducendo un modesto panificio che permise all’adolescente Ungaretti di frequentare le scuole, principalmente di lingua francese. Si nutrì quindi della cultura quotidiana araba, ascoltava i canti della nutrice, assorbiva il fascino del paesaggio arido e ammaliante del deserto e quello rigoglioso del mare del porto di una vetusta città ricca di storia com’era Alessandria d’Egitto. E assimilò anche ovviamente la cultura del suo paese d’origine trasmessagli dalla madre, nonché quella che ebbe modo di coltivare presso la famosa “Baracca Rossa” di Enrico Pea frequentata da italiani e da tanti altri personaggi provenienti da ogni parte d’Europa e del mondo. Tutte queste esperienze variamente culturali confluiscono nella sua poesia e nelle belle pagine del libro di saggi e di ricordi autobiografici che porta il titolo Il deserto e dopo.

Prima di approdare in Italia per arruolarsi nell’esercito come fante nella guerra del 1915-1918, ove incontrò il tenente Ettore Serra che riconobbe il suo talento di poeta valido e innovativo e che si interessò alla pubblicazione di questo primo nucleo di poesie che Ungaretti andava scrivendo dentro le trincee, si fermò a Parigi dove conobbe Apollinaire e Ardengo Soffici e dove si nutrì della cultura internazionale che in quel momento arricchiva quella capitale, all’epoca centro gravitazionale di scrittori, pittori, artisti vari che ivi confluivano da ogni parte d’Europa e del mondo. (Tra essi vi fu anche il Barese cineasta Ricciotto Canudo). Lo stile che Ungaretti elaborò durante gli anni di guerra è in parte dovuto alle circostanze di vita nelle trincee, che necessitava di precisione e concisione, rapidità e controllo.

Tra le poesie de L’Allegria, titolo piuttosto insolito e sorprendente, lo si direbbe un osssimoro, poiché in contrasto con la realtà in cui sorgono e trovano ispirazione questi componimenti, vi è una tra le prime in cui appaiono le multiformi esperienze culturali del poeta, che porta il titolo di Levante, e risale all’epoca in cui il giovane Ungaretti si recava in Italia per la prima volta dall’Egitto per riscoprirsi e riconoscersi nella terra dei suoi antenati. È la poesia del viaggio che evoca lo stato d’animo del poeta che se ne sta appartato sul ponte della nave che lo porta in Italia, come recita il verso autobiografico –a prua un giovane è solo- Egli pensa al paese che sta lasciando alle spalle, la sua natia città Alessandria d’Egitto, e a tutta quella parte del mondo e della cultura in cui si è svolta la sua prima gioventù, quel mondo dove sorge il sole, come indica il titolo della poesia Levante. Essa è un esempio magistrale della poesia nel nuovo stile che Ungaretti va elaborando, ridotta alla sua stringata essenzialità di ritmi e di immagini che colgono sinteticamente l’umore, i sentimenti, le emozioni di questo singolare momento della sua vita. Non vi è nessun principio astratto formale da rispettare, i versi e le strofe di varia lunghezza invece obbediscono al sentimento che contengono e che devono suggerire e rivelare e non dire con logica enfasi: sentimenti che collimano perfettamente con la misura prosodica scelta per esprimerlo. Lo sguardo è rivolto inizialmente all’orizzonte verso la terra che il poeta sta abbandonando. La prima strofa è di tre versi di disuguale ampiezza sulla cui onda ritmica si muove quel verbo –muore- che meglio evidenzia il momento di smarrimento e di perdita di un luogo amato. Subentra poi una ricca serie allitterativa di suoni secchi e staccati che alludono ai balli degli emigranti che si trovano sula nave accompagnati dal suono stridente del clarino. Il sentimento del poeta si concretizza poi nell’immagine del mare paragonato per via del colore grigio e del movimento tremolante a un piccione.

Affiora di nuovo poi immediata e spontanea l’immagine del funerale di un ebreo, ricordo di un rituale al quale il poeta aveva certamente assistito più volte in quel mondo multietnico dov’era nato.

L’originalità della poesia e la sua modernità consistono in quel suo trascurare le procedure sintattiche tradizionali a favore di un susseguirsi di immagini e di ritmi intrecciati che equivalgono al corrispondente sentimento, correlativo oggettivo delle emozioni che occupano l’animo del poeta in quel momento.

La poesia si conclude poi con una serie di immagini che marcano il passaggio verso il riposo ristoratore del sonno che coglie il poeta nel mentre che ascolta il rullio delle onde del mare e i suoni aridi dei balli dei passeggeri soriani che si mescolano e si confondono nell’oblio del riposo salvifico in cui si sprofonda il poeta.

Ecco qui di seguito il testo della poesia così com’è riportato nell’edizione di Vita d’un uomo curato da Leone Piccioni per la Mondadori.

LEVANTE
di Giuseppe Ungaretti

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